panormus

Il complesso monumentale, costituito dalla Basilica, dal Convento con il Chiostro e dal Palazzo reale, venne fatto costruire nel XII sec. dal giovane re normanno Guglielmo II detto “Il Buono”.

C’è naturalmente un’antica leggenda che racconta come il Duomo sia nato: fu la Vergine Maria ad apparire in sogno a Guglielmo che dopo la caccia si riposava sotto un albero, e a spronarlo ad erigere un tempio in suo onore, dopo avergli svelato il luogo dove era il tesoro nascosto dal padre.

In verità le ragioni della costruzione del Duomo di Monreale e del complesso sono ben diverse e collegate alla storia stessa della Sicilia e ai rapporti fra Stato e Chiesa.

Guglielmo II con il suo Duomo di Monreale, rappresentazione eccezionale della sontuosa cultura normanna in Sicilia, inserito in un grande e preciso progetto architettonico che gli affiancò da una parte il palazzo reale, dall’altra il monastero, segno di incontro tra i due poteri, lo Stato e la Chiesa.

Incontro reso esplicito dalla presenza dei due troni, quello regale e quello arcivescovile, inseriti nella zona più importante del tempio, intorno all’altare, tra il transetto e la solea, e collegati sia con il palazzo del re sia con il convento.

Dal 3 Luglio 2015, il Duomo di Monreale fa parte del “Patrimonio dell'Umanità Unesco”.

Nella storia medievale del Mediterraneo poche figure incarnano tanto dramma e destino quanto Costanza d'Altavilla.

Nata a Palermo nel 1154, figlia postuma del grande re Ruggero II, Costanza attraversò epoche e confini per diventare imperatrice del Sacro Romano Impero e madre del leggendario Federico II, lo Stupor Mundi.

La sua vita fu un intreccio di politica, diplomazia e destino, segnata dalla nascita in un momento di transizione e conclusasi con la morte nella sua città natale, dove ancora oggi riposa nella maestosa Cattedrale di Palermo.

Costanza d'Altavilla, l'ultima Regina Normanna di Palermo

La Figlia postuma di Ruggero II

Costanza d'Altavilla, conosciuta anche come Costanza I di Sicilia, nacque a Palermo il 2 novembre 1154, pochi mesi dopo la morte del padre, il grande Ruggero II il Normanno, fondatore del Regno di Sicilia e primo sovrano a portare la corona dell'isola.

Ruggero II il Normanno, padre di Costanza e fondatore del Regno di Sicilia

Era figlia della terza moglie di Ruggero, Beatrice di Rethel, nobildonna di origine francese dalla Champagne

La sua nascita avvenne in un momento particolarmente difficile per la dinastia: dopo la morte in giovane età di quattro dei cinque figli maschi del re, Ruggero si era risposato due volte nella vana speranza di concepire un altro erede maschio, ma l'unico frutto di queste nozze fu proprio Costanza.

Costanza d'Altavilla, l'ultima Regina Normanna di Palermo

Il panegirista Pietro da Eboli descrisse Beatrice di Rethel come “la luce che avrebbe partorito lo splendore del giorno”.

riferendosi alla nascita della piccola principessa.

Tuttavia, alla nascita Costanza non era considerata un'erede presumibile al trono, data la preferenza medievale per la successione maschile.

Sarebbe stata la morte prematura dei suoi fratellastri maggiori e del nipote Guglielmo II a trasformarla nell'ultima discendente legittima della gloriosa casa normanna degli Altavilla.

La giovane principessa trascorse l'infanzia alla corte reale di Palermo, affidata alle cure della madre Beatrice, che morì il 31 marzo 1185.

La Monaca che Non Fu Mai: Miti e Realtà

Una delle leggende più durature che circondano la figura di Costanza riguarda la sua presunta vocazione monastica. Secondo una tradizione cronachistica di matrice “guelfa”, trasmessa dal cronista fiorentino Giovanni Villani e poi ripresa da Dante Alighieri nel terzo canto del Paradiso, Costanza avrebbe manifestato in gioventù un profondo interesse per la vita religiosa, addirittura entrando in un convento dove avrebbe preso il velo.

Ritratto storico di Costanza d'Altavilla

Dante, nei versi 118-120 del Canto III del Paradiso, presenta Costanza come una “d'anima candida” che fu strappata al suo voto monastico:

“Quest'è la luce de la gran Costanza che del secondo vento di Soave generò 'l terzo e l'ultima possanza”

Il poeta la colloca nel cielo della Luna, riservato alle anime che non adempierono completamente ai loro voti religiosi. Tuttavia, come sottolineano gli studiosi moderni, di questa presunta scelta monastica manca qualsiasi riscontro documentale nelle fonti coeve.

La realtà è che Costanza, all'età di trent'anni, era ancora nubile, il che per una principessa del suo rango poteva sembrare piuttosto insolito nell'epoca.

Il Matrimonio con Enrico VI di Svevia: Un'alleanza Politica

Il destino di Costanza cambiò radicalmente nel 1184, quando il re Guglielmo II di Sicilia, suo nipote, decise di maritarla a Enrico VI di Svevia, figlio dell'imperatore Federico I Barbarossa e futuro erede al trono imperiale.

L'accordo di fidanzamento fu stipulato ad Augusta il 29 ottobre 1184, segnando un momento cruciale nella storia del Mediterraneo.

Il matrimonio di Costanza d'Altavilla con Enrico VI di Svevia – Miniatura dal “Liber ad honorem Augusti” di Pietro da Eboli (1196)

Questo matrimonio rappresentava per l'imperatore Federico Barbarossa la possibilità di riportare all'interno dell'impero, per via dinastica, i territori dell'Italia meridionale che egli aveva sempre considerato parte integrante del Sacro Romano Impero ma che non era riuscito a conquistare con le armi.

Per la corona siciliana, invece, l'unione rappresentava un'opportunità di alleanza con la potenza imperiale tedesca.

Nell'estate del 1185 Costanza lasciò Palermo per la prima volta, diretta a Milano dove dovevano celebrarsi le nozze. Il suo viaggio fu accompagnato da un fastoso corteo di principi e baroni siciliani, a testimonianza dell'importanza dell'evento. A Foligno incontrò lo sposo Enrico VI, e insieme proseguirono verso la città lombarda.

Illustrazione del fidanzamento di Costanza d'Altavilla
Il 23 agosto 1185 si tenne a Rieti una prima cerimonia matrimoniale, per il valore simbolico e politico che aveva l'approvazione da parte della Chiesa nella prima città oltre i confini del Regno di Sicilia incontrata sul percorso.

Il matrimonio fu poi solennemente celebrato il 27 gennaio 1186 nella basilica di Sant'Ambrogio a Milano, con grande pompa ma senza la partecipazione del papa.

Subito dopo la cerimonia, il patriarca di Aquileia incoronò gli sposi con la corona ferrea del Regnum Italiae. In questa data Costanza divenne imperatrice consorte, anche se la cerimonia di incoronazione imperiale vera e propria sarebbe avvenuta solo più tardi.

La Lotta per il Trono: Tancredi e la Conquista Imperiale

Dopo la morte del nipote Guglielmo II nel 1189, Costanza divenne l'ultima discendente legittima della casa d'Altavilla e l'unica erede al trono di Sicilia.

Tuttavia, i baroni siciliani non accettarono una donna come sovrana, preferendo eleggere Tancredi di Lecce, nipote naturale di Ruggero II e comandante militare rispettato, che fu incoronato re a Palermo nel novembre 1189.

Papa Clemente III, che non vedeva di buon occhio un unico sovrano della casata degli Hohenstaufen dalla Germania alla Sicilia, approvò e riconobbe l'elezione di Tancredi.

Enrico VI rivendicò il diritto di essere il successore legittimo attraverso il matrimonio con Costanza, ma dovette affrontare una guerra che lo avrebbe portato a conquistare il regno solo tre anni dopo.

Nel 1191, il lunedì di Pasqua (15 aprile), papa Celestino III incoronò solennemente Enrico e Costanza imperatore e imperatrice a Roma, nella basilica di San Pietro. Successivamente la coppia imperiale tentò di conquistare il Regno di Sicilia, ma l'impresa fallì: Enrico dovette fermarsi a Napoli e a Salerno, dove Costanza fu addirittura catturata dai nemici. Solo tre anni dopo, nel 1194, la conquista riuscì.

Il 20 novembre 1194 Enrico VI entrò trionfalmente a Palermo. Il giorno di Natale dello stesso anno fu incoronato re di Sicilia nella cattedrale di Palermo, davanti a Sibilla e al piccolo Guglielmo III, ultimo della stirpe degli Altavilla, che dopo pochi giorni furono deportati in Germania.

La Nascita di Federico II: Un Parto nella Piazza Pubblica

Con una coincidenza strabiliante, il giorno dopo l'incoronazione del marito a Palermo, il 26 dicembre 1194, Costanza diede alla luce a Jesi, nella Marca anconetana, il futuro Federico II di Svevia. Questa nascita, avvenuta mentre la madre era in viaggio dalla Germania verso la Sicilia, avrebbe segnato la storia del Mediterraneo medievale.

Il parto di Costanza d'Altavilla a Jesi – Miniatura dal “Liber ad honorem Augusti” di Pietro da Eboli

La nascita di Federico fu tuttavia avvolta da dicerie e illazioni. I detrattori del bambino, usando l'età avanzata della madre (40 anni al momento del parto) come base, diffusero voci secondo cui il padre non era Enrico VI ma un macellaio.

Per contrastare queste voci e dimostrare la legittimità della propria maternità, Costanza avrebbe adottato un gesto straordinario: secondo una cronaca fiorentina del 1282 attribuita a Ricordano Malispini, l'imperatrice diede alla luce pubblicamente in una tenda eretta nella piazza del mercato della città, invitando le matrone locali a testimoniare il parto. Pochi giorni dopo, tornò nella piazza pubblica per allattare il bambino.

La nascita di Federico II – Ricostruzione della miniatura medievale (Festival del Medioevo)

Questo gesto eccezionale, documentato nelle cronache medievali, testimonia la determinazione di Costanza a garantire la legittimità dinastica del figlio, consapevole dell'importanza che il riconoscimento pubblico aveva nell'epoca.

La leggenda medievale sosteneva addirittura che Federico fosse nato da una vecchia monaca, alimentando ulteriormente le voci sulla natura miracolosa o quantomeno straordinaria della sua nascita.

La Reggenza e la Morte: L'Ultima Regina di Sicilia

La morte prematura di Enrico VI, avvenuta a Messina nel 1197 dopo una malattia contratta durante l'assedio di Castrogiovanni, lasciò Costanza vedova e reggente del regno per il giovane figlio Federico, che aveva appena tre anni.

In questo momento critico, Costanza dimostrò tutte le sue qualità di statista. Per prima cosa lanciò un decreto di espulsione contro i consiglieri tedeschi del marito e fece arrestare il gran cancelliere per malversazioni.

Affermò con forza il suo diritto a regnare per paterna successio e ereditarium ius, intitolandosi “Costancia, divina favente clemencia Romanorum Imperatrix semper augusta et Regina Sicilie”, confermando il suo ruolo di sovrana e non semplicemente di reggente.

Il 17 maggio 1198, pochi mesi prima della sua morte, Costanza fece coronare il giovane Federico re di Sicilia a Palermo, assicurando così la successione dinastica.

Poco prima di morire, tuttavia, prese una decisione politica destinata ad avere conseguenze significative: mise il figlio sotto la tutela di papa Innocenzo III, un atto politicamente accorto in quel momento ma che avrebbe suscitato problemi in seguito.

Costanza d'Altavilla morì a Palermo il 27 novembre 1198, a quarantadue anni, nella stessa città dove era nata. La sua morte segnò la fine della dinastia normanna degli Altavilla e l'inizio dell'era sveva nel Regno di Sicilia.

La Tomba nella Cattedrale di Palermo

La salma di Costanza d'Altavilla riposa nella Cattedrale di Palermo, accanto al figlio Federico II e al marito Enrico VI. La cappella delle tombe reali, situata vicino all'ingresso della cattedrale, ospita i sepolcri della famiglia reale normanna e sveva.

La tomba di Costanza d'Altavilla nella Cattedrale di Palermo (Cattedrale di Palermo – Visita Virtuale)

Nel Tesoro della Cattedrale è conservata anche la corona dell'altra Costanza, la moglie di Federico II (Costanza d'Aragona), creata in stile bizantino-arabo dai reali gioiellieri di Palermo in oro, perle e pietre preziose.

L'Eredità Storica: Una Donna di Destino

Costanza d'Altavilla rappresenta l'anello di trasmissione del potere tra la gloriosa dinastia normanna degli Altavilla e la grande casa sveva degli Hohenstaufen. Attraverso di lei passò il destino di un regno che avrebbe segnato la storia del Mediterraneo. La sua vita, dalle umide sale del palazzo reale di Palermo alle aule imperiali di Germania, dalla prigionia durante la guerra civile alla reggenza del regno, incarna il dramma e la grandezza del Medioevo siciliano.


Fonti e Riferimenti Bibliografici

Fonti Storiche Primarie

  • Hugo Falcandus, De Rebus in Regno Siciliae Gestis (cronaca del periodo normanno)
  • Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti (1196) – manoscritto con miniature che documentano la nascita di Costanza, il matrimonio e la nascita di Federico II
  • Matteo da Lecce, Chronicon Siciliae
  • Giovanni Villani, Cronica (V.20, VI.16, VII.1)
  • Richard di San Germano, cronache
  • Ricordano Malispini, cronaca fiorentina del 1282

Enciclopedie e Dizionari Biografici

  • Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani – Voce “Costanza d'Altavilla” di Theo Kölzer
  • Treccani, Enciclopedia Federiciana – Voce “Costanza d'Altavilla” di Theo Kölzer
  • Encyclopaedia Britannica – Voce “Constance”
  • Wikipedia Italia – Voce “Costanza d'Altavilla”
  • Wikipedia English – Voce “Constance I of Sicily”

Studi e Pubblicazioni Accademiche

  • John Julius Norwich, The Kingdom in the Sun ( storia del Regno di Sicilia normanno)
  • Glauco Maria Cantarella, Ruggero II (Salerno Editrice, 2020)
  • Hubert Houben, studi sul periodo normanno-svevo
  • G.A. Loud, studi sulla storia medievale siciliana
  • Salvatore Lupo, monografie sulla dinastia Altavilla
  • Giuseppe Brescianelli, studi sul regno di Sicilia
  • David Abulafia (1988), studi sulla successione siciliana
  • Marco Santagata, studi su Dante e le donne del Paradiso

A Palermo per la Madonna di Mezz'agosto (così una volta veniva chiamata l'Assunta), fece la sua comparsa una “varicedda”, ossia una piccola “vara” creata dai bambini dei quartieri, recante una piccola statua, possibilmente di cera, e lo “Stellario”, che per quindici giorni a partire da primo di agosto portavano di vicolo in vicolo e raccoglievano le offerte che ufficialmente servivano per abbellire la varicedda o per preparare quella dell'anno successivo.

Di fatto, i proventi delle offerte, si davano alle famiglie più bisognose del quartiere per fare la spesa.

I protagonisti erano gruppi di bambini fra i sei e i tredici anni, questa pratica “infantile” viene così descritta nel 1881 dall’etnologo palermitano Giuseppe Pitrè nel libro “Spettacoli e feste popolari siciliane”

«Al cominciare d’agosto sogliono i fanciulli palermitani condurre certe loro barette per le vie più popolate della città; e sopravi, circondata da molti ceri accesi, una Madonna detta di mezz’agosto, con alla testa uno stellario, e ai piedi una mezzaluna sotto i sandali. A quando a quando innanzi a qualche uscio o balcone, nel quale siano persone a guardare, fermano al suono d’un campanello portato dal padrone della baretta, ovvero da altro amico cui quello abbia in affetto, la bara, e uno dei compagni alza la voce argentina cantando qualche strofetta d’una laude sicilianizzata che, sebbene di origine letteraria come per lo più sono i canti religiosi, tutto il popolo conosce, e alcuni leggono stampata.»

Franca Viola rappresenta un simbolo di coraggio e cambiamento nella storia italiana recente, il suo rifiuto del matrimonio riparatore nel 1965 ha contribuito a smantellare una norma arcaica che perpetuava la violenza sulle donne.

Negli anni Sessanta, in Sicilia, il matrimonio riparatore era previsto dall'articolo 544 del Codice Rocco: chi rapiva una donna a scopo di matrimonio poteva evitare la condanna sposandola, estinguendo il reato. Questa pratica rifletteva una cultura patriarcale che vedeva la donna come “proprietà” familiare, specialmente in contesti rurali e mafiosi come Alcamo, in provincia di Trapani.

Franca Viola, una ragazza di 17 anni, sfidò questa logica con il suo “no”, aprendo la strada alla legge Fortuna-Baslini del 1968 che abolì tale istituto.

Fonte: Wikimedia Commons – public domain

Il 26 dicembre 1965, l'ex fidanzato Franca (nipote del boss mafioso di Alcamo), irruppe nella casa della ragazza ad Alcamo con 12 complici, devastarono l'abitazione, aggredendo la madre che tentava di difenderla e rapirono anche il fratellino di 8 anni, poi rilasciato.

Franca fu segregata per otto giorni in un casolare isolato e poi nella casa della sorella del boss: subì violenze fisiche, sessuali e fu lasciata a digiuno.

Il giorno di Capodanno, i parenti del boss contattarono il padre di Franca per la “paciata”, un incontro per imporre le nozze riparatorie. I genitori, in accordo segreto con la polizia, finsero di accettare e all'alba del 2 gennaio 1966, le forze dell'ordine fecero irruzione, liberando la ragazza e arrestando il rapitore e i complici.

A giugno del 1966, il tribunale di Alcamo processa l'ex fidanzato di Franca per ratto, violenza carnale e legami mafiosi: il PM chiede oltre 22 anni. Condannato a 11 anni, esce nel 1976 ma muore assassinato nel 1978 vicino Modena, forse per vendette mafiose.

Il “no” di Franca ispirò la legge 442/1968, abolendo il matrimonio riparatore e aprendo al divorzio (1970).

Simbolo femminista, la sua storia educa generazioni su consenso e autonomia, specie in Sicilia dove mafia e patriarcato si intrecciano ancora.

Oggi, a 76 anni, Franca vive serena con la sua famiglia, ma il suo coraggio resta indelebile.

Quando non esistevano i videogames, gli smartphone, i tablet, i social, internet, etc. , per i ragazzini appartenenti alla generazione degli anni 60/70’, di cui anche io ho fatto parte, il miglior modo per socializzare con gli altri era giocare per strada.

Finiti i compiti di scuola (per chi li faceva ), tutti i pomeriggi c’era un appuntamento fisso con gli altri ragazzini del quartiere, la partita di pallone.

Il nostro campo di calcio era una carreggiata stradale asfaltata o sterrata, una piazzetta, uno slargo, un ampio marciapiede, insomma qualunque area adatta a poter disputare, fra squadre avversarie, una partita di calcio, organizzando nel tempo dei veri e propri tornei.

Di solito la porta per segnare il goal era una saracinesca chiusa, magari di un esercizio commerciale in disuso, un portone di legno di un condominio, un muro, insomma dove non si poteva fare danno, o comunque limitarlo.

Il problema era che, infervorandosi nel gioco, il nostro vociare, urlare, imprecare, creava un vero e proprio baccano, per non parlare poi di quando il pallone arrivava a velocità sulla saracinesca di ferro, provocando un rumore assordante e perlopiù fastidioso per i residenti di quel quartiere.

C’era u Zu Cicciu u putiaru (lo Zio Ciccio il fruttivendolo) che imprecando contro di noi diceva “quannu havi a finiri stu buidiellu?” (Quando deve finire questo baccano?).

C’era a Za Cuncittina, a vedova du reducessè (la Zia Concettina, la vedova del piano terra), che affacciandosi dalle persiane della porta-finestra che era stata colpita dal pallone, esclamava “siti vastasi e mali insignati” (maleducati) ed ancora, rivolgendosi ad uno dei ragazzini che conosceva, diceva “rumani appena viu a to patri ciù ricu” (domani appena vedo tuo padre gli riferisco tutta la baldoria che avete fatto).

C’era u Zu Ninu “u pisciaru” (il pescivendolo) ca ‘nfilava a manu ntò catu cu l’acqua p’arruciari u pisci e macari n’arruciava puru a nuavutri pi farininni iri (che infilava la mano nel secchio con l’acqua per bagnare il pesce esposto e qualche volta bagnava pure noi per farci allontanare).

Alla fine, visto che noi continuavamo imperterriti la nostra partita di calcio, arrivava “u spertu” (l’esperto) “u malantrinu ru quartieri” (il malandrino del quartiere) “chiddu ca s’annacava” (che camminava con atteggiamenti intimidatori) e urlando esclamava “Chi fa vu tagghiu stu palluni? Siddu un vinni iti subitu va pigghiu u licca sapuni e vu tagghiu stu palluni” (Che fa ve lo devo tagliare questo pallone? Se non ve ne andate subito vado a prendere il coltello e ve lo taglio questo pallone).

Il pomeriggio successivo, eravamo ancora lì, come se nulla fosse accaduto, per una nuova partita di pallone.

I primi pupari siciliani costruivano da sè i paladini, guerrieri cristiani e saraceni, angeli, cavalli, draghi e figure mitologiche, riproducendo lo stile delle armature, creando i modelli e realizzando elmi, spade, corazze che poi rivestivano, pupi a volte dall'aspetto fiero, spavaldo o burlesco.

Nell'Opera dei Pupi si trasmettono ancora oggi stili e comportamenti del popolo siciliano come la cavalleria, il senso dell'onore, la difesa del debole e del giusto, la priorità della fede.

Le gesta dei paladini e il ciclo carolingio sono tra le tematiche trattate negli antichi canovacci usati dai pupari.

Carlo Magno, Gano, Orlando, Rinaldo, Angelica, hanno popolato le sponde dei carretti siciliani, i cartelloni propaganda degli spettacoli serali dei teatrini, le lambrette e i carrettini di uso vario e la fantasia di noi siculi, attraverso i cunti e le farse raccontate, la sera, attorno alla tavola di ogni casa.

L'Opera dei Pupi non era solo intrattenimento, ma svolgeva anche una funzione educativa e sociale, offrendo alle classi popolari, spesso analfabete, occasioni di svago e di apprendimento morale, mentre oggi rappresenta uno dei patrimoni culturali immateriali più preziosi della Sicilia, riconosciuto dall'UNESCO.

I pupi e le storie raccontate si collegano anche profondamente all'identità siciliana, legata a una storia di contatti, conflitti e integrazioni fra culture diverse, testimoniando la memoria storica e culturale dell'isola attraverso spettacoli itineranti, carretti decorati e racconti tramandati fra le varie generazioni.

Nel cuore della Palermo antica, tra le ombre ed i colori di una storia millenaria, nasce una delle più suggestive e dolci tradizioni siciliane: la frutta Martorana.

Non è solo un dolce, ma un pezzo di storia di fede, ingegno e bellezza che dalle mani delle suore benedettine del XII secolo giunge fino a noi, a raccontarci la ricchezza culturale di una città unica.

Le Origini al Monastero della Martorana

Il Monastero di Santa Maria dell’Ammiraglio, più comunemente noto come la Martorana, fu fondato nel 1143 dall’ammiraglio normanno Giorgio d’Antiochia. Nel 1194, la contessa Eloisa Martorana diede vita ad un nuovo convento nelle immediate vicinanze, che divenne centro vitale di una fiorente comunità di suore benedettine dedite alla preghiera, all’arte ed all’ospitalità.

Questo monastero era famoso per il suo rigoglioso giardino, popolato da alberi da frutto come limoni, cedri e zagare, simboli di vita, prosperità e rinascita. Tuttavia, in autunno, quando il giardino si “spogliava”, le monache si trovarono di fronte ad un problema: in previsione della visita di un ospite importante, forse il re di Sicilia o il vescovo, come narra la leggenda, era necessario mantenere vivo e colorato il giardino per poter essere fedeli a quell’appuntamento.

La frutta di mandorla

Per non deludere le aspettative e tributare gli onori all’ospite, una delle suore più intraprendenti ebbe un’illuminante idea: ricreare la frutta finta con pasta di mandorle, miele e zucchero.

Modellando quelle miscele con maestria si realizzarono dei frutti così perfetti da poter ingannare qualsiasi occhio: arance, limoni, fichi e melagrane, dipinti con colori realizzati con estratti naturali di frutta e verdura.

Questa frutta finta venne così appesa agli alberi spogli del giardino, che si trasformò in un incanto colorato e dolce. Quando il re assaggiò quei dolci rimase incantato dal sapore, ma anche dall’arte che si celava dietro di essi, dando così il la ad una tradizione lunga centinaia di ​‍​‌‍​‍‌anni.

Un’arte che diventa simbolo

La frutta Martorana non è solo dolcezza: è un’opera d’arte plasmata a mano, simbolo dell’abilità artigianale delle monache e, più tardi, degli artigiani siciliani. La pasta reale, fatta con mandorle macinate finemente, zucchero e miele, viene modellata con stampi e dipinta con pennelli e coloranti naturali per trasformarsi in piccole sculture commestibili.

Nel corso dei secoli, questo lavoro artigianale ha saputo attraversare le epoche, passando dalle cucine conventuali alle migliori pasticcerie di Palermo, conservando il suo valore simbolico. Era e resta un segno di ospitalità, memoria e continuità, tradizionalmente preparato anche per la Festa dei Morti, un’occasione in cui la dolcezza diventa gesto di ricordo e affetto verso i defunti.

Un Dolce senza Tempo

Passeggiando per Palermo, si possono ancora ammirare queste piccole opere d’arte nelle vetrine delle pasticcerie, pronte ad incantare con colori vivaci e dolcezza raffinata.

Non solo dolce da assaporare, ma anche un pezzo di storia, un simbolo di cultura e tradizione tramandata nel tempo.

Photo by I Segreti del Chiostro all'interno del Monastero di S. Caterina d'Alessandria a Palermo

anime dannate

Sulle pendici dell’Etna, uno dei vulcani più imponenti e misteriosi d’Europa, la tradizione popolare svela racconti avvolti nel mistero e nella paura.

Tra le storie più inquietanti si narra di anime dannate, condannate a un eterno supplizio non nell’aldilà fatto di fiamme invisibili, ma proprio sulla terra, sulle pendici del vulcano.

Questi spiriti tormentati, pare fossero trascinati fuori dall’inferno classico per scontare i loro peccati in luoghi di tenebra e sofferenza eterna.

Una delle leggende più suggestive parla di un’oscura processione di fantasmi che, nel cuore della notte, si materializzava vicino al cratere centrale. Questi spettri, dall’aspetto spaventoso e avvolti in una cappa di cenere scura, erano visti mentre lavoravano febbrilmente alla costruzione di un enorme castello.

Questo non era un castello qualunque, ma una roccaforte forgiata da pietre vulcaniche, scure e ruvidissime, così spigolose e compatte da sembrare scolpite dalle fiamme stesse del vulcano.

Gli spettri, secondo i testimoni dell’epoca, mormoravano tra loro parole incomprensibili, borbottando frasi senza senso, chinati sotto un carico inesorabile di fatica.

Il clima era carico d’angoscia, come se quel castello non fosse che una tortura eterna, una prigione di pietra senza fine.

La leggenda vuole che ogni volta che si posava l’ultimo blocco, il castello crollasse in un’esplosione di detriti, polvere lavica e macerie, seppellendo sotto la sua rovina proprio quegli spiriti dannati che si erano adoperati con tanto sacrificio.

La disperazione di questi fantasmi era senza limiti, obbligati a ricostruire incessantemente la struttura, come fossero intrappolati in un ciclo maledetto di pena e sofferenza senza possibilità di redenzione. Si racconta che questa condanna fosse il prezzo da pagare per i loro peccati terreni, e che ogni crollo fosse il segno tangibile di una maledizione che li costringeva a un lavoro infinito e senza riposo.